centenario della nascita della

prof. ermelinda rigon

fondatrice e preside dell'Istituto "San Tomaso d'Aquino"

 

di Carlo Lupi

 

 

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       Sono chiamato a fare memoria di Ermelinda Rigon, in religione Suor M. Benedetta del SS. Sacra­mento, a 100 anni dalla sua nasci­ta.

       Non ho compito storico se si in­tende il riferimento ai numeri e al­le date.

       Compito storico invece se si in­tende intravedere, cercando di non guastarle, le idee che fanno la storia.

       La storia è fatta molto più di idee che di date, è molto più ideali­tà che cronologia. La cronologia serve per non perdere il senso dell’orientamento, per conoscere e collocare al giusto posto e secon­do un «prima» e un «poi» alcune indicazioni, ma ciò che fa la storia sono le idee.

       E la storia viene recuperata at­traverso gli scritti di Ermelinda Rigon, la storia che ho potuto vedere come la sogna e la vede S. Agostino nel «De civitate Dei».

       Che cos’è la storia? La storia è il tempo della prova e il tempo della storia prende senso nella misura in cui le idee lo animano dall’interno. Non i fatti; le idee, perché le idee, quando sono giuste, genera­no il fatto, ma fatto senza le idee è mercato, è scontro di interessi.

       E questo lo vorrei dire soprattut­to per i più giovani ai quali una educazione sciagurata indica il fat­to, la prassi, la immediata concre­tezza storica come il fine di tutto.

       Vorrei richiamare lo splendore che ha nella concezione educativa cristiana l’ideale progetto di vita al quale vanno riferiti tutti i fatti che noi compiamo nella nostra giornata e dal quale tutti i fatti prendono senso.

       Abbiamo visto prima, nelle dia­positive, la miseria delle missioni.

       È con la carità di Cristo che ci si china sulla miseria degli uomini per cercare di rialzarla. Ma la più grande miseria che gli uomini han­no è la mancanza della consapevo­lezza della dignità della quale so­no portatori.

       Quindi la prima forma della cari­tà è la forma che insegna la digni­tà della persona umana, perché so­lo quando uno ha capito quale è la dignità dell’essere umano, non use­rà mai il suo essere e non userà mai quello degli altri, come mezzo abietto, ma sempre come un fine prestigioso.

       E questo bisogna insegnarlo, bi­sogna in qualche modo predicarlo, farlo oggetto del nostro insegna­mento continuo con il quale cer­chiamo di rialzare il tono della no­stra esistenza e dare senso ai no­stri giorni.

       Non sarà tuttavia inutile per le generazioni che sono oggi lontane dai ricordi immediati, dare alcune notizie storiche che inquadrino il tema di cui dovrò parlare.

       La vita di Ermelinda Rigon si colloca tra l’ultimo scorcio dell’800 - nasce il 21 novembre 1889 - e l’Epifania del 1973, giorno della sua morte qui a Sestri, dove la ri­cordiamo e dove riposa in attesa della risurrezione.

       Tra la nascita e la morte gli anni della formazione e poi il lavoro nell’Azione Cattolica, nei Maestri Cat­tolici, nel Terz’ordine Domenica­no, nell’Università, nella Casa Inse­gnanti, nell’Istituto S. Tomaso d’Aquino, nel Cenacolo e, come cornice di tutto, nella predicazio­ne, la cornice che avvolge tutta la sua vita.

       La predicazione e la scuola sono i due termini che racchiudono il segreto di una esistenza santa ed eroica.

       Ora che abbiamo appena deli­neato le tappe attraverso le quali la sua vicenda umana si è svolta, senza entrare nella storia di un’ani­ma, possiamo porci la domanda che giustifica il nostro ricordo.

       Delineata la passione per la scuola e la predicazione, è possibi­le fare riferimento ad un metodo nel quale Ermelinda Rigon ha at­traversato il suo tempo e ha dato forma alle sue attività.

       Cioè, di fatto, questa sua passio­ne per la scuola e per la predicazio­ne (che include anche la tematica della scuola) si riferiva sempre ad una attività che richiede la compe­tenza nell’ordine scolastico, per­ché la mancanza di competenza fa perdere l’autorevolezza e quindi di­minuisce l’autorità di chi parla.

      

Questo è un tema che andrebbe scritto da tante parti (compresa l’università), il tema dell’autorevo­lezza che deriva dal potere, inteso come capacità di fare una cosa.

       Se io fossi qui questa sera a fare una lezione di astrofisica della qua­le non conosco nulla, io non eserciterei il potere, ma lo strapotere, perché in ordine al sapere, in ordi­ne a tutto, la competenza è una condizione indispensabile.

       L’attenzione rivolta da Ermelinda Rigon alla preparazione delle maestre in carriera e di coloro che si avviano ad essere maestre in car­riera, la cura, la preparazione direi persino minuta, dice quale necessi­tà ella vedeva nel suo spirito in or­dine alla professione, al mestiere (Qui mestiere è usato in tutta la pienezza del suo significato positi­vo, non nei suoi risvolti negativi).

       Allora esiste un metodo, uno sti­le con il quale sono state accompa­gnate tutte le sue realizzazioni che sono ancora oggi testimonianza del suo lavoro.

       Per scoprire questo metodo non dobbiamo far altro che percorrere la strada del suo pensiero, così co­me si è venuto svolgendo nella sua predicazione.

Rifletteremo su tre o quattro punti:

1)        il punto di partenza e di arrivo è il tema della VERITÀ. Si parte dalla verità per andare verso la verità, cioè: il punto di partenza, quello che dà unità a tutto, è il tema della verità;

2)        il tema della storia che non emerge come nome, ma emerge come attenzione, sia sul piano della conoscenza dei tempi, sia sul piano della conoscenza de­gli allievi, cioè della persona al­la quale si rivolge il discorso;

3)        la figura del maestro;

4)        l’importanza del momento reli­gioso nella vita formativa.

Il punto di partenza è l’amore alla verità.

Si legge in uno scritto di Ermelinda Rigon (1935) una cosa inte­ressantissima: Cultura è educare; educare è cultura.

       La scheletricità della indicazione come ci arriva dal testo non ci impedisce di intravvedere la tra­ma di tutto, cioè che educare, fare cultura, è come l’itinerario verso la integrità della verità. Mi piace trarre questa indicazione: noi non siamo in ogni momento verso la integrità della verità, perché sia­mo nella storia e facciamo un pas­so dietro l’altro, ma il fine è il rico­noscimento della verità iniziale e il riconoscimento della verità fina­le verso la quale si cammina, per­ché crescere - come dice S. Agostino - è andare verso il tutto che è Dio.

       Quindi la cultura è l’itinerario verso la verità totale.

       L’entusiastica adesione di Ermelinda Rigon all’Ordine Domenica­no nel cui motto «Veritas» si con­densa tutto il senso della sua pre­senza storica, non lascia dubbi: educare è partire dal riconoscimento della trascendenza della ve­rità. Lo dice espressamente. Senza riferimento alla trascendenza del­la verità non si educa.

       Questo tema «Veritas», ricerca, culto, amore della verità, che nella sua ultima vertenza è Dio, è il di­scorso centrale, è il motivo per il quale è nato l’Ordine Domenica­no: la predicazione della verità.

       Attraversando l’Europa, prove­niente dalla Spagna, S. Domenico incontra tutta la distruzione che l’errore ha operato nel popolo di Dio ed allora presenta al Papa un progetto di predicazione che è illu­minazione delle coscienze ai diver­si livelli.

       Si parte dal riconoscimento di una verità che dà senso al nostro essere, senza la quale il nostro es­sere non troverebbe nessuna giu­stificazione, e si va verso il finale, progressivo possesso della verità e la fruizione della stessa verità che è quella che noi chiamiamo Paradi­so.

       Queste cose dobbiamo ricordar­le perché, qualche volta, la ricon­duzione continua che noi faccia­mo del cristianesimo alla sua ope­ratività nel sociale (che è una cosa importantissima) ci fa dimenticare il fine.

       Il fine è la fruizione della verità, la centralità del discorso dell’uo­mo, della natura dell’uomo, del non adoperare mai l’uomo come un mezzo, ma come un fine. È ne­cessario che noi richiamiamo que­ste tematiche.

       Questo richiamo alla verità assu­me forme di vera liricità intelligen­te quando Ermelinda Rigon riflet­te sulla unità come verità e perfe­zione.

       C’è uno scritto improntato solo sulla unità e perfezione.

       Qui riprende la tematica rosmi­niana dell’unità dell’insegnamento dove tutto deve essere ricondotto all’uno. È ovvio, perché Ermelinda Rigon, che era di formazione domenicana, non poteva dimenticare che tutto l’essere si presenta con il volto del bene, del vero, del buono.

       E allora non si possono creare all’interno dell’essere delle spacca­ture, ma quando una cosa deve es­sere vista nella sua interezza, nella sua unità, nella quale unità sono ricomprese tutte le diversità, può essere capita solo a partire dall’uni­tà, non a partire dalla diversità.

       Il discorso sull’unità che è inte­ressantissimo, non è lontano dai nostri interessi.

       Se voi entrate nel problema edu­cativo - che oggi è diventato dram­matico - voi vedrete che cosa è di­ventata l’educazione quando i set­tori della vita camminano ciascu­no per conto proprio, separati da una unità.

       Faccio un esempio: parlando di educazione si sa che oggi il culturi­smo fisico ha preso l’80% della vi­ta educativa. Se voi organizzate i catechismi in parrocchia voi senti­rete i discorsi delle mamme che parlano degli impegni dei figli per il nuoto, la scuola di ballo, il gioco del pallone e se l’allenatore mette la partita nell’ora di catechismo, il catechismo salta.

       Queste cose, prese ad una ad una, non si può dire che non siano buone. Ma quando le leggete nel contesto, è triste, perché vuol dire che il referente, cioè, quello che dà senso a tutta la nostra esistenza, è messo sul piano delle cose. Capire l’unità. Se c’è l’unità di discorso che è unità di valore, attorno a quello giocano tutti questi elemen­ti distinti, ma se l’unità di riferi­mento cessa, ogni cosa cammina per conto proprio e del valore del­le cose che cosa resta? Il momento storico.

       In questo momento serve fare così, faccio così; domani serve fa­re diverso, faccio diverso. Ma l’uo­mo in questa condizione si perde.

       A queste cose pensavo quando leggevo questa pagina che è tra le più belle: quella dell’unità. Unità è verità.

       L’essere è vero e uno in tutti i suoi risvolti.

       Non è la verità l’opera dell’intel­ligenza, ma l’intelligenza è l’opera della verità.

       L’intelligenza scopre la verità. La verità gli è data come luce per la quale l’intelligenza funziona, opera.

       Il Prof. Sciacca diceva che l’uo­mo quando sbaglia non perde l’in­telletto, ma perde il bene dell’intel­letto e il bene dell’intelletto è la verità.

Quando l’intelligenza funziona senza il bene dell’intelletto l’uomo diventa peggio della bestia, perché gli manca la luce con la quale com­pie il suo cammino.

      

Quindi quando Ermelinda Rigon dice che non è la verità l’opera dell’intelletto, ma l’intelletto l’ope­ra della verità, è nel cuore del pro­blema. E siamo in una attualità sconcertante.

       Questo carisma è nel cuore della Chiesa di oggi: nella confusione delle coscienze, l’illuminazione del­le coscienze diventa il dato centra­le.

       «Occorre dunque suscitare nella nostra mente l’attrattiva delle gran­di e immutabili verità soprannatu­rali - sono parole sue - dalle quali sgorgano l’abito del meditare e la comprensione illuminata dei gran­di misteri dell’universo, della storia, della vita».

       Spesso si ipotizza di costruire un mondo perfetto a partire, non dico dalla negazione di Dio, per­ché non sempre è così, ma dall’as­senza di Dio.

       Ora questo, storicamente, è im­possibile. L’abito del meditare, non del correre, e la comprensione illuminata dei grandi misteri, i mi­steri dell’interiorità, i misteri dell’universo, della storia e della vita, vale a dire la contemplazione della verità soprannaturale o la verità naturale contemplata giova alla vi­ta.

       Cito testualmente le parole di Ermelinda Rigon: «il sapere, per­meato di verità cristiana, approfon­dito, meditato per essere luce e ca­lore insieme, è l’unico atto a diven­tare anima della nostra anima, ca­pace di costruire una grande fer­mezza di convinzioni, un carattere tutto di un pezzo, incardinato so­pra il concetto cristiano e severo della vita ed una comprensione del fine soprannaturale della prov­videnza divina: una tempra forte nel resistere, efficace nel convince­re».

       Chi non ha niente non trasmette niente.

       Non confondiamo la capacità dialogica e la capacità di ascolto, che è una delle caratteristiche più importanti del maestro, con la ca­pacità a dare qualche cosa. La ric­chezza della nostra preparazione deve avere dei momenti di sospen­sione per avere la capacità di ascolto, la capacità di sentire, di cogliere la vita degli altri. Non de­ve mancare questo momento, per­ché i maestri del dubbio non han­no diritto ad insegnare.

       Il 2° punto: la storia. Che cosa si intende con questa parola?

       Semplicemente questo: che l’eterna verità contemplata apre gli orizzonti veri per operare. L’operare segue l’essere, sempre.

       Attenzione alla violenza della pa­rola. Quanto sono vere certe cose che ci arrivano dall’antichità: pen­siamo a tutta la polemica di Socra­te con i sofisti che cercavano di darla da intendere.

       In una società scettica la politi­ca assume, di necessità, la forma della violenza della parola. Deve mettersi la maschera della certez­za, perché certezze non ne ha.

       Tutto quindi è basato non sulla forza dell’assenso alla verità, ma sulla forza del consenso strappato. Questo è il segreto sul quale si ba­sano quasi tutti gli strumenti della persuasione occulta, che sono gli strumenti più adoperati nella so­cietà di oggi.

       La violenza della persuasione oc­culta: è un punto delicato questo. Un passo di meno e siamo nel tra­dizionalismo deteriore, negatore della storia e lontano dalla vita.

       Chi non comprende che la paro­la deve essere calata nella storia, tradisce la storia stessa. È la colpa del tradizionalismo deteriore, tra­dizionalismo che non fa lo sforzo di immedesimarsi nella vita dell’uomo.

       Purtroppo questa posizione è presente anche nella Chiesa di og­gi. È molto presente in quei cristia­ni che pensano che non si debba, con la parola di Dio, penetrare la storia e non vogliono occuparsi né del tessuto sociale, né del tessuto politico, consentendo ai lanziche­necchi di occupare tutti gli spazi della vita sociale e della vita fami­liare. Questa è una grave elusione storica.

       Non possiamo invocare di man­tenerci le mani pulite solo perché non vogliamo scendere nella sto­ria.

       È una posizione estremamente pericolosa questa tentazione di spi­ritualità disincarnata, che non è spiritualità nel senso vero della pa­rola.

       Giovanni XXIII nella Mater et Magistra, il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes, dicono che l’allontanamento, la separazione tra la sfera della fede e la sfera della vita sono il più grave peccato della cristianità moderna.

       Se si gioca sulla apparente sete di pulizia, a questa pulizia non dobbiamo dare credito. È una puli­zia di sapore strano, è una mistica dai contorni molto velati di oscuri­tà.

       Un passo in più, però, e siamo, in ordine alla storia, nel relativi­smo, nello scetticismo, nel qualun­quismo; la verità che è figlia del tempo non ha più nessun riferimento.

       Così nel pensiero cristiano, co­lui che ritiene che la storia si pos­sa fermare, che la storia guidi tut­to, si lascia travolgere dalla storia.

       Quando, per esempio, in una tra­smissione televisiva, sentiamo dire da una persona intelligente che la scienza non può essere fermata, non possiamo che dissentire, per­ché il fine dell’esistenza non è la scienza: è l’uomo.

       Sono le applicazioni della scien­za più che la scienza in sé. La scienza è ricerca.

       È difficile camminare nella sto­ria.

       Questa attenzione alla storia emerge chiarissimamente nel di­scorso di Ermelinda Rigon. Una pagina che sembra pregiudicante a questo problema e che riguarda il tema dell’educazione.

       Ancorata saldamente all’unità che mira ad essere verità, Ermelinda Rigon può scrivere, senza timo­re, una affermazione come questa: «Ogni sistema di educazione dipen­de dalle circostanze locali e dalle qualità di chi le dirige, perciò non si arriverà mai ad un metodo gene­rale ed assoluto, perché il metodo avrà sempre necessità di tenere gli occhi aperti sulla storia per poter essere aggiornato e rispondere alle esigenze degli uomini».

       Siccome il fine è sempre l’uomo, lo sguardo sull’uomo deve essere fatto con grande attenzione, per­ché lì c’è la vita, non la vita astrat­ta, ma la vita nella sua estrema concretezza.

       Occorre la capacità di proporre non solo il legame con la storia, ma di proporre delle attività nella storia.

       Attenzione al reale, al concreto. Chi insegna, chi educa, non può non tenere conto di questo.

       Il maestro è l’elemento di equili­brio tra la verità che non passa e la storia.

       Il demiurgo che sta in mezzo tra la materia da plasmare e la verità che resta il modello, è un maestro.

       Mi sono fermato in particolare sulla espressione che mi ha tanto colpito; dapprima potrebbe sem­brare di posizione integrista, ma non è così: «Il maestro deve essere religioso e onesto; se non lo è, mo­difichi le sue convinzioni».

       Chiarissimo.

       Abituati al principio del compro­messo, noi ci sentiamo penalizzati da una affermazione di questo ge­nere, ma con un po’ di attenzione possiamo vedere come questo non è altro che la traduzione di un sil­logismo preciso.

       Io avvicinavo questa espressio­ne all’espressione di un grande pensatore moderno che dice che, dopo l’Incarnazione del Verbo, o l’educazione è cultura cattolica o non è educazione. Ed è vero.

       Questa affermazione obbedisce ad un sillogismo tremendo nella sua semplicità.

       Ogni uomo ha diritto alla verità; il maestro dell’errore non ha dirit­to ad insegnare, perché il diritto dell’alunno è il vero. Quindi, sicco­me la religione rientra in una delle dimensioni necessarie dell’esisten­za, il maestro che non è religioso non ha diritto ad insegnare.

       Questo è il fatto che non può scandalizzare nessuno, perché quando si dice che tutte le dimen­sioni devono essere rispettate, non si capisce perché, quando arrivia­mo a quella religiosa, uno può pen­sare di tagliarla fuori credendo ri­spettato l’uomo.

       Ma il problema è tutto nostro, perché non entrando nell’agone della storia, noi ci facciamo taglia­re fuori.

       Se voi vi raccogliete in preghie­ra (ed è cosa santissima) difficil­mente vi manderanno al martirio.

       Se fate attività che non disturba­no all’esterno, difficilmente sarete incisivi.

       Ma se uscite fuori, se dite all’uo­mo che vive disordinatamente (non glielo dite, ma predicando la verità lo toccate nella sua vita di­sordinata) voi create la possibilità del martirio, che certamente non avreste continuando a vivere nella vostra vita privata.

       Questo è il punto.

       Queste annotazioni sul maestro ci illuminano.

       Questa affermazione sul mae­stro che, predicando l’errore, non può insegnare perché ogni perso­na ha diritto alla verità, è centrale nella visione cristiana. Ce ne sia­mo completamente dimenticati.

       Andiamo in giro mendicando che ci facciano aprire una scuola, sperando che ce lo consentano e non pensiamo che, se mai, dovrem­mo essere noi ad acconsentire allo Stato di aprire le sue scuole.

       Noi gli diamo la delega, perché ci siamo dimenticati che il primo compito educativo compete alla fa­miglia e non allo Stato; prima alla famiglia e di rimando allo Stato.

       Questi principi elementari abbia­mo bisogno di ricordarceli, per­ché, altrimenti, aspettiamo solo che ci sopportino.

       Ultimo punto: l’importanza del momento religioso nell’educazio­ne.

       Dagli scritti di Ermelinda Rigon appare una duplice forma di con­vincimento.

       I - La dimensione religiosa è una dimensione filosoficamente fondata; fa parte di quella che è la natura dell’uomo. Dove ricupera questo concetto?

       Lo ricupera a partire dal fatto che l’uomo non ha in se stesso la ragione sufficiente dell’essere suo. Non avendo questa ragione suffi­ciente dell’essere suo, la verità che illumina, che crea le potenzialità dell’intelligenza, la verità è misura dell’essere suo.

       E allora non andiamo a chiedere uri privilegio quando chiediamo che la religione sia insegnata nella scuola.

       Andiamo a chiedere il rispetto di una dimensione della natura umana.

       Siccome noi non siamo entrati nel dibattito filosofico e teologico per bene, ne siamo rimasti esclusi.

       Quella pericolosa posizione di ri­chiamarci solo ai fatti della fede senza intervenire nell’aspetto cul­turale della ragione, ci ha estrania­to dagli ambiti del discorso co­struttivo.

       Questo è un aspetto pericolosis­simo.

       Se qualcuno dubitasse della mia autorevolezza, cito S. Paolo che, nella lettera ai Corinzi, dopo avere parlato dei carismi dice: «Quando sono in assemblea preferisco quat­tro o cinque parole della mia intel­ligenza piuttosto che 10.000 per il dono delle lingue».

       Che cosa fa S. Paolo? Dichiara il primato della natura sul carisma, perché quello dell’intelligenza ce l’hanno tutti; il carisma è diverso secondo i doni.

       Questa coltivazione dell’intelli­genza che non è intellettualismo, nel pensiero di Ermelinda Rigon è la costanza del suo operare.

       II - La limitatezza della creatu­ra esige l’intervento del sopranna­turale, perché altrimenti l’uomo non riesce neppure a raggiungere il suo fine umano.

       L’aiuto di Cristo non è qualcosa che i cristiani hanno e i non cristia­ni non hanno. È una necessità per tutti gli uomini che vengono su questa terra. La religione è quindi la condizione necessaria per lo svi­luppo dell’uomo. Non c’è quindi autentica educazione se non si dà una educazione religiosa nella pie­nezza della sua accezione.

       Concludendo:

       Oggi il problema cruciale è dei giovani. Ritengo che oggi i giovani siano migliori di qualche anno fa. C’è in loro una grande sete di veri­tà e con loro si può parlare.

       Il dramma è che mancano i mae­stri, perché avendo perso autorità, perdono autorevolezza.

       Questa crisi della società attuale è anche crisi della Chiesa, tanto è vero che se giriamo un po’ nei cam­pi estivi per giovani, ci accorgere­mo che spesso l’educazione è affi­data a giovani che non sono anco­ra in piena maturazione ed hanno già loro stessi molti problemi. Que­sto è il fatto che tormenta la Chie­sa e la società oggi.

       Ecco perché il carisma di Ermelinda Rigon centrato non solo sul­la scuola, ma sulla predicazione della verità nella catechesi, negli incontri formativi, nelle conferen­ze, nei dibattiti, è un carisma da non mettere in discussione, anche per una ragione molto semplice: che corrisponde al carisma della Chiesa: «Andate e battezzate». Ma come crederanno se non c’è chi parla di Dio?...

       I biografi di S. Domenico dico­no che una sera ha incontrato, in una osteria, un eretico ed ha passato la notte a discorrere con lui. Al mattino, quando fuori sorgeva l’alba, anche l’alba della luce soprannaturale sorgeva nell’anima dell’eretico. S. Domenico aveva tra­sformato l’osteria in una chiesa.

       Ermelinda Rigon ha ripreso il te­ma della predicazione e lo ha por­tato nella scuola e nei luoghi indicati della Provvidenza.

       Credo che questa sia l’eredità più grande lasciata alle sue figlie e a tutti quelli che sono venuti a contatto con il suo carisma e che spe­rano, con l’aiuto di Dio, di poter fare ancora un cammino in questa direzione.

 

(L’Eco del Cenacolo Domenicano, Natale 1989)

 

 

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