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Il Genio Femminile di Ermelinda Rigon di Ottorino Benettollo |
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La conversione: l’incontro con Cristo e l’appartenenza a Lui
La vita di Ermelinda Rigon[1] è tutta segnata da un avvenimento che si rivelerà fondamentale nella sua esistenza: l’incontro con Dio. Dio non solo chiama e invita quando irrompe nella nostra esistenza, ma “viene e prenderci fino a casa nostra”. Ermelinda vive con un’intensità unica questo incontro. Essere cristiana per lei non significa solo condividere una impostazione di vita, acquisire determinati valori come fondamento del proprio agire, significa avere incontrato la persona della propria vita, l’amico col quale costruire quotidianamente l’esistenza, significa amare una persona viva, appartenergli profondamente, essere sua, solo sua, totalmente sua. Questo modo tipicamente femminile di legarsi a Dio con un atto di affidamento incondizionato, quasi fosse un abbandono tra le braccia della persona amata, porta inevitabilmente a ricordare l’atteggiamento della Madonna. Ermelinda ha saputo accettare di appartenere a Dio proprio come Maria, non con rassegnazione, ma con profonda gioia. Il “sì” di Maria, come quello di Ermelinda, si traduce nell’accettare che Dio entri nella sua storia personale. È come acconsentire di condividere la vita, quasi un “convivere” con qualcuno, un far parte con lui di ognuna delle scelte quotidiane e mettere già in conto che frequentemente si dovrà cambiare programma per rispettare l’identità e la volontà dell’altro. La vita di Ermelinda è contrassegnata da un costante e quotidiano “eccomi”: «Come capisco, o Signore, che Tu mi ami! E chi sono io che Tu me lo faccia capire? Che Tu riempia il mio cuore di spirituale letizia; questo è il Paradiso. Mio Dio! Grazie! Non merito nulla. Sono un nulla. Tu sei il Paradiso. Io Ti abbraccio continuamente fin nel profondo dell’anima. Che vuoi che io faccia? Eccomi» (p. 996). Questa donazione assoluta passa attraverso l’obbedienza e diventa amicizia. Ermelinda capisce nel profondo il ruolo dell’obbedienza come elemento imprescindibile dell’amicizia con Dio. La sua adesione a Dio non può restare solo razionale, la fede in Lui esige un atto di abbandono, come del resto è ben evidenziato nelle storia di Abramo che, in qualche modo, è emblematica di ogni conversione. La Bibbia presenta la figura di Abramo nel momento in cui Dio lo interpella e gli chiede un coinvolgimento totale. «Lascia la tua terra e vai dove io ti dirò». Non si tratta semplicemente di riconoscere l’esistenza di Dio, ma di rispondere a una sua domanda, a una domanda che riguarda l’intera esistenza. Dio quindi non solo esiste, ma interroga, chiama per nome, propone di instaurare un rapporto di amicizia, chiede alla persona di giocare la propria vita sulla sua parola. In pratica chiede di avere fiducia nella sua promessa. I versi del coro dei Lombardi alla Prima Crociata che Ermelinda amava ripetere (“O Signor che dal tetto natio/ ci chiamasti con santa promessa/ noi siam corsi all’invito di un pio/ giubilando per l’aspro sentier”) descrivono bene il sentimento profondo che Ermelinda nutre nei confronti del suo Signore che la chiama, tanto da lasciar scritto che “questi quattro versi sono stati i cardini della mia vita religiosa” (p. 881). Dio chiede ad Abramo di lasciare la sua terra, le sue sicurezze, i suoi punti di riferimento, chiede cioè di lasciare l’uomo vecchio... Come si potrebbe diventare “uomo nuovo” senza lasciare l’uomo vecchio? Come sarebbe possibile arrivare in cielo senza lasciare la terra? Il problema è che spesso l’uomo è troppo attaccato alla dimensione “vecchia” per avere il coraggio di accettare l’invito di Dio. Vorrebbe avere il nuovo mantenendo anche il vecchio, il che è impossibile. Dice San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (5, 5): «non vorremmo essere spogliati, ma sopravvestiti». Ermelinda ha viva l’esperienza di questa spoliazione e afferma che il Signore prima vuole la distruzione dell’umano per dimostrare che chi fa, chi agisce, è Lui. Ha la prova che sui fallimenti umani Dio può far nascere il suo progetto: «La casa (delle insegnanti) è sorta sulle rovine della mia vita e sul mio sangue: è giusto che la regola (del Cenacolo Domenicano) sorga dalle mie lacrime» (p. 159). E ancora: «Sono io che merito questo isolamento, questo abbandono! Ma non hai detto Tu, forse che quando l’uomo sarà convinto di essere un nulla, Tu farai tutto? Eccomi dunque. Non posso darti che lacrime amarissime e ferite di cuore, ma sono certa di nuotare nella speranza e nel Tuo Amore» (p. 989). È da questo momento che l’onnipotenza divina si china sull’anima con un nuovo atto creativo. Dunque la fiducia nella promessa divina non può consistere in un’adesione a parole; occorre al contrario un consenso di vita, un’accettazione “pratica”, un cammino di uniformazione, quasi un tirocinio, cioè un processo di trasformazione che consenta di diventare davvero “amici” di Dio, suoi intimi nella vita e non solo nelle intenzioni o nelle parole. L’amicizia vera, anche quella umana, si attua in un attento e costante lavoro di trasformazione di se stessi. Non si improvvisa e non nasce così quasi per incanto. Richiede al contrario una rigorosa opera di modellazione di sé. E tale trasformazione si può attuare solo mediante l’obbedienza. Anche Gesù sottolinea questa verità con un’espressione molto forte: «Voi siete miei amici se farete ciò che io vi comando» (Gv 15, 14).
L’amicizia con Dio scaturisce dall’obbedienza al suo progetto
Dio, chiamando Abramo a instaurare un particolare rapporto di amicizia con Lui, non vuole semplicemente offrirgli un dono che lo tocca marginalmente, solo dall’esterno, ma desidera offrirgli una nuova dimensione di vita. Il dono che Dio vuole fare all’uomo non è un qualcosa che rimane al di fuori dell’esistenza, non è un regalo che si può mettere sopra un mobile di casa e che aiuta a ricordare ogni tanto l’amico che l’ha donato. Al contrario è una trasformazione dell’attuale condizione, anzi della stessa esistenza umana. Questo dono non può essere ricevuto che grazie all’obbedienza, perché è mediante l’obbedienza che si realizza la trasformazione. Dio vuole donare agli uomini la possibilità di condividere la sua vita e per questo, inserita nella sua promessa (che è ciò che Dio vuole donarci), c’è la richiesta dell’obbedienza (che non è altro che il nostro prendere possesso del suo dono). Dio dice ad Abramo (Gen 12, 1): «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione» «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò». Dio promette ad Abramo un futuro di grandezza, che non è però fondato sulle antiche certezze (il suo paese, la sua patria, la casa di suo padre). L’accesso alla nuova patria presuppone l’obbedienza. Dio la chiede nel momento stesso in cui chiama Abramo ad una futura grandezza: «vattene dalla tua patria e dalla casa di tuo padre», ecc. La chiamata di Ermelinda è singolarmente somigliante a quella di Abramo: Dio la invita, le chiede di consegnarsi a Lui nell’obbedienza per realizzare un progetto che lei non conosce. Per Ermelinda non deve essere facile perché non intravvede nessuna delle vie già tracciate. Scrive «Il matrimonio mi impaurisce e lo stato religioso mi sgomenta». Dai suoi scritti emergono le tante volte in cui Ermelinda ha saputo chinare il capo e sottomettersi, dirigendosi verso una meta che non era nei suoi progetti. Scrive: « Nel 1923 io sarei entrata in una congregazione domenicana che mi attraeva moltissimo, se il mio Direttore non me lo avesse formalmente impedito» (p. 344). Infatti il suo direttore spirituale, in una lettera dell’11 agosto 1923, le aveva scritto: «A Gubbio non deve andare. L’opera di Sestri, non è apostolato? Prevedo quanto Le costerà quest’opera» (p. 344). E in altre note di Ermelinda è riportato che ogniqualvolta ella esprimeva l’intenzione di ritirarsi dall’opera di Sestri, il suo direttore glielo impediva formalmente: «Ti proibisco di pensare che il Signore non voglia da te la nuova associazione. Egli ti ha creato per questo. Devi corrispondere, pregare, sacrificarti, confidare» (p. 743). Il santo sacerdote Don Francesco Dellacasa, direttore della giovane, per far sì che tutte le energie e il tempo di Ermelinda fossero dedicate alla nuova opera di Sestri, le ordinò di abbandonare anche le occupazioni che la tenevano impegnata nell’Azione Cattolica e nella sua intensa attività di conferenziere. Ermelinda possedeva una particolare capacità di esporre, chiarire, illustrare le idee, unita all’abilità di affascinare gli uditori con la sua comunicativa. La fiamma dell’intelligenza che le brillava negli occhi, la figura slanciata, il gesto elegante, il vigore del pensiero e il senso di sicurezza che emanava da tutta la sua persona, insieme a un atteggiamento modesto e umile, la voce vibrante che assumeva tutti i toni dei sentimenti che commuovevano la sua anima, tutto faceva di lei un’oratrice eloquente ed efficace. L’ordine di abbandonare le conferenze fu un grave colpo per Ermelinda. Ma ubbidì. A questo proposito scriverà più tardi: «Il giorno stesso in cui avevo compiuto quell’atto di ubbidienza, avevo sofferto moltissimo, di una specie di disperazione. Avevo sentito tutta la crudezza dello strappo e ne avevo poi sopportato con una specie di amaro stoicismo le conseguenze: ma alla fine di quell’anno ed in seguito anche oggi, io vedo in quell’ordine una disposizione della Provvidenza» (p. 153). Ermelinda vive non solo l’obbedienza al suo direttore spirituale, ma anche un altro tipo di obbedienza che spesso risulta più difficile da riconoscere e da accettare: l’obbedienza richiesta dalla perfezione della carità. Questo tipo di obbedienza non è dovuta a una “autorità” riconosciuta, ma si impone in forza di un bene e di un ideale superiore. «Allora, confesso che scoppiai in lacrime; protestai che quello era un tradimento, un inganno; che noi non avevamo affatto inteso di metterci in una situazione tanto miserabile; che, prima di far questo, dovevamo essere avvisate; che il consenso richiestomi per la donazione della Casa, il 19 dicembre dello scorso anno, non poteva essere incondizionato a questo modo senza la previa nostra personale accettazione: ma tutto fu inutile... Ed io partii da Santa Maria delle Rose col cuore in frantumi e la testa in fiamme. Mi sembrava di impazzire. (...) Camminai per due ore per le vie di Torino, senza meta, come una povera ebete, di strada in strada, continuando a tormentare il mio povero cervello in un ragionare angoscioso. Non desideravo forse che la morte. Pioveva a dirotto, ed io, senza ombrello, non avvertivo il disagio. Finalmente, a poco a poco, si fece luce nella mia mente. Mi disposi ad accettare l’ormai inevitabile catenaccio: ma che avrebbe detto Maddalena? che avrebbe fatto? Era meglio restare in buona armonia col P. Provinciale: forse ero veramente ingrata e ricambiavo con la sfiducia tutto il bene che avevo ricevuto. Ecco: bisognava tornare da lui e chiedergli perdono...» (pp. 638-639). «Il conflitto dentro di me era terribile. Ricordo che la sera tardissimo, quando tutti riposavano, scendevo in cappella e vi trascorrevo lunghe ore di riflessione. Non pregavo, pensavo. E nel silenzio della notte, mi balenava ben chiaro l’abisso in cui mi trovavo. Da un lato Maddalena, con la divergenza di ideali ormai divenuta insanabile; dall’altro l’Ordine, il cui laccio mi sembrava si stringesse sempre più stretto e implacabile: mi torturavano. Allora scoppiavo in lacrime e singhiozzi che mi laceravano il petto, e pareva che il cuore mi si spezzasse. Qualche volta mi sarei lasciata prendere dalla disperazione, avrei buttata la testa contro il muro, o sarei fuggita lontano a cercare la morte. Ma ero davanti al tabernacolo, e Gesù aveva pietà di me. Pian piano ritrovavo la forza di pregare e mi tornava la pace, quella pace che fu il più bel miracolo del Signore nella mia vita, insieme alla speranza e alla liberazione. (...) Questo conflitto fu certamente il più terribile della mia vita» (pp. 664-665).
Caritas veritatis: la vocazione
A un certo punto della sua vita Ermelinda sembra essere giunta a un punto morto: un po’ come Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare il suo unico figlio, quello della promessa. Dall’obbedienza deriverà un frutto insperato: Ermelinda vede nella vocazione domenicana lo scopo della sua vita. Sceglie per sé e per le sue consorelle il carisma che S. Domenico ha lasciato al suo Ordine: la carità della verità (caritas veritatis). Nelle costituzioni della sua Congregazione si legge: «Il Cenacolo Domenicano ha lo scopo di formare secondo lo spirito e la missione dell’Ordine Domenicano religiose che si dedicano interamente all’apostolato della cultura e della educazione cristiana... in particolare i suoi membri mirano alla formazione religiosa e scientifica delle giovani destinate alla carriera dell’insegnamento» (p. 31). La vocazione domenicana le fu chiara un giorno di settembre del 1921. Trovandosi a Ravenna, in occasione di una visita alla chiesa di S. Domenico, Ermelinda fece una esperienza particolarissima. Vediamo come lei stessa racconta l’accaduto: «Ieri a Ravenna. Sono ancora tutta stordita. Non capisco più, Signore, umiliami e abbi pietà di me. Ero a Ravenna nella chiesa di S. Domenico, indifferente, fredda, stanca. Il Padre parlava del 12° canto del paradiso. E giunse a parlare della predicazione di S. Domenico. Io non so più. Guardavo il grande quadro rappresentante il Santo, di fronte a me. E mi sentii come staccare l’anima dal corpo e un’attrazione straordinaria, che mi diede un grande scotimento interno. S. Domenico mi voleva strappare il cuore. Sentii che era una cosa tutta divina, perché avevo completamente dimenticato me stessa» (p. 108). Da allora fu Domenicana «fin dal midollo delle ossa» (p. 104) e «amò l’Ordine Domenicano quasi come la Chiesa» (p. 105). Scrive ancora: «L’ideale domenicano mi affascinò... mi fece concepire il desiderio di continuare i miei studi, per rendermi più atta all’apostolato domenicano» (p. 106). Ermelinda concretizza la vocazione domenicana impegnandosi con tutte le sue forze nell’educazione dei giovani e nella formazione degli insegnanti. A una precisa domanda dell’incaricato del Vescovo di Genova, che doveva dare l’approvazione per il suo nuovo Istituto, rispose con una lettera nel giugno del 1926. In essa, dopo aver esposto le linee programmatiche della Casa delle Insegnanti (mediante l’Istituto Magistrale S. Tommaso d’Aquino si dovevano formare delle insegnanti consce della propria missione di educatrici cattoliche), dei corsi di cultura e dell’annesso pensionato per insegnanti e studentesse, e dopo aver esposto il proposito di «aiutare e di mantenere gratuitamente quelle (allieve) che, pur avendo le qualità (...) non dispongono di mezzi per continuare gli studi» (p. 476), Ermelinda fa presente la necessità che nella Casa esista un gruppo di Insegnanti che, con spirito profondamente religioso e con vita comune, si consacrino all’apostolato presso le insegnanti e presso i figli del popolo. A tale scopo Ermelinda e le sue collaboratrici desiderano consacrarsi al Signore promettendo di lavorare nella nuova opera senza finalità di lucro.
Una vocazione domenicana “al femminile”
Ermelinda ha capito che l’educazione è un lavoro di “cultura”, o come direbbe Maritain, di “coltivazione” amorosa. L’educazione è per l’umanità ciò che la coltivazione è per un campo. Coltivare un campo significa stimolare la natura mediante il lavoro umano, a produrre frutti invece che vegetazione selvaggia e incolta. Universalmente l’educazione è considerata l’arte che per gradi conduce l’uomo, in quanto essere intelligente, a diventare adulto: da istintivo a riflessivo, da immaturo a maturo. È l’educazione che permette a ogni singolo individuo di usufruire dell’eredità spirituale della sua civiltà. Perciò, afferma Maritain, l’uomo è per natura un essere di cultura. Ermelinda vede con assoluta chiarezza che il cammino educativo umano non è un procedere meccanico perché crescere, per la persona, significa imparare a gestire con responsabilità la propria libertà. Questa è una “disciplina” difficile da apprendere perché l’essere libero non esprime la possibilità di seguire di volta in volta i propri impulsi, ma vuol dire avere la piena padronanza delle proprie azioni, e dirigere se stessi verso il vero bene in modo umano, cioè “liberamente”. Educare non è semplicemente addestrare, cioè insegnare a compiere determinate azioni, come camminare eretti, usare le posate a tavola, ecc. E non è neppure solo istruire, cioè fornire l’individuo di adeguate conoscenze. Educare vuol dire soprattutto formare, cioè aiutare a diventare capaci di scegliere di volta in volta, nelle diverse circostanze della vita, ciò che è autenticamente buono. Quindi educare significa soprattutto formare la volontà, aprire all’amore, condurre alla piena realizzazione nel bene. In una parola si tratta di aiutare le persone a diventare buone e virtuose. Educare è un impegno veramente grande, bellissimo e gravoso al tempo stesso. L’educando impara non tanto, o non solo, ciò che gli si dice, ma anche e soprattutto ciò che vede e ciò che sperimenta. I valori si trasmettono “per contagio”. In questo modo l’educatore si trova obbligato a una verifica continua del proprio modo di essere e di agire. Quello dell’educazione è dunque un ambito estremamente delicato. La donna ha come dono di natura - e quindi anche come impegno - quello di essere colei che accoglie, custodisce e difende la nuova vita, mettendola in condizione di crescere sana. E questo non solo per quanto riguarda la vita fisica, ma anche per ciò che concerne le vita intellettiva e spirituale di ogni essere umano. La donna quindi ha per natura il compito di condurre la persona umana alla sua piena maturazione: non per niente gli antichi chiamavano l’educazione una generazione continuata.
Una maternità a servizio della verità
Esiste un aspetto della vocazione domenicana che si attaglia in modo speciale alla natura femminile, caratterizzata da un amore particolare, l’amore di accoglienza. II ruolo della donna nella società civile e, per certi aspetti, anche nella Chiesa non ha sempre avuto lo spazio e l’apprezzamento che le è dovuto. Molti pensatori, e anche parecchi teologi, hanno legato alla figura femminile un ruolo passivo o puramente ricettivo, considerato come subalterno rispetto a quello maschile. Questo abbinamento fra femminilità e funzione subordinata ha indotto a vedere nella donna e nella sua femminilità un compito di minor valore rispetto a quello dell’uomo. Purtroppo l’azione (o la reazione) di un certo femminismo intende promuovere il ruolo della donna basandosi su un principio impossibile da sostenere: portare avanti l’emancipazione femminile facendo sì che le donne abbiano le medesime funzioni e i medesimi incarichi dell’uomo. Questo modo di procedere è manifestamente sbagliato. Se la femminilità deve fare in modo di somigliare i1 più possibile alla mascolinità per poter emergere, implicitamente riconosce di non avere in sé un proprio valore, e che quindi alla donna non rimane altro che tentare di emulare l’uomo. Basandosi su questa stessa convinzione c’è chi ritiene, all’interno della Chiesa, che la rivalutazione della donna passi attraverso la possibilità dì svolgere le mansioni che sono prerogativa dell’uomo. Si pensi al consenso che incontra la richiesta del sacerdozio aperto alle donne. Tuttavia è evidente a tutti che la donna è grande proprio perché è donna, e non perché sa imitare così bene l’uomo da riuscire a sostituirlo. C’è una parabola bellissima che mi ha sempre affascinato: la parabola del seminatore. Grazie all’azione del seminatore, semplice veicolo e strumento scelto per far giungere ovunque una briciola di immensità, il seme della vita viene consegnato al terreno. Ma quella nuova vita può germogliare, crescere e portare frutto solo nel terreno che è pronto ad accoglierla, e che è ricettivo, cioè fertile. Se la terra non fosse pronta a ricevere, a nulla servirebbe l’opera del seminatore o il fatto che egli sparga “buon seme”. Ciò che conta è la capacità ricettiva, che è determinante per l’esito positivo della semina. Quello che si chiede al terreno in rapporto al seme vale anche per il cuore dell’uomo nei confronti della grazia divina. La vita divina è un dono gratuito che non può essere né conquistato né meritato. E quindi tutti gli uomini, maschi e femmine, devono imparare a essere “ricettivi” rispetto al dono che Dio vuole seminare nei loro cuori. Non è un lavoro da poco quello necessario per giungere alla fase di ricezione e accoglienza della vita divina. Bisogna preparare il terreno, cioè dissodare le zolle, estirpare i rovi, togliere le pietre affinché sia in grado di essere penetrato dai raggi del sole e dalle gocce di rugiada. Il che significa aprire il cuore dell’uomo, eliminare pian piano l’egoismo, renderlo capace di essere permeato dalla luce di Dio e nutrito dalla sua parola. Questo lungo lavoro di preparazione del cuore umano è il fine stesso dell’educazione la quale, perciò, trova la sua pienezza e autenticità nel condurre l’uomo ad accogliere la verità profonda su se stesso e su Dio. In tale compito Ermelinda individua una funzione particolare della donna e la indica come missione specifica della sua nuova Congregazione. In un periodo storico estremamente delicato e complesso Ermelinda vive la bellezza e la grandezza della femminilità e coglie all’interno della Chiesa, e direi anche dell’Ordine domenicano, un ruolo squisitamente femminile, inarrivabile, inaccessibile all’uomo: una maternità a servizio della verità.
«Mater est quae in se concipit ex alio»
«Mater est quae in se concipit ex alio» (Somma Teologica, II-II, q. 23, a. 8 ad 3) è una definizione bellissima: madre è colei che concepisce in sé da altri, dice San Tommaso. In poche parole così viene messo in luce l’aspetto essenziale della maternità. Il concepimento porta nella madre qualcosa di reale che prima non c’era: una nuova vita. Una vita che, pur essendo nella madre, non è “dalla madre”. Si tratta infatti di una vita che pur essendo legata alle condizioni offerte dal grembo materno (un po’ come noi dipendiamo da determinate condizioni ambientali, come la presenza dell’aria, una certa temperatura, ecc) trae il suo essere non dalla madre. È una vita autonoma che ha in sé una propria forza. Così la madre ha il potere di accettarla o meno, e ha anche la possibilità di sopprimerla, di ucciderla, ma non ha il potere di darsela perché non viene da lei. Un altro aspetto importante da considerare è il fatto che questa nuova vita quasi finalizza a sé il corpo della madre. Oggi siamo portati a vedere la vita che si sviluppa nel grembo materno in funzione della madre, della sua realizzazione e gratificazione: una sorta di proprietà della madre. Effettivamente la persona umana non può essere proprietà di nessuno, ma se proprio si dovesse stabilire un’appartenenza, si dovrebbe dire che è la madre che in qualche modo “appartiene” al concepito piuttosto che il contrario. Infatti il concepito modifica il corpo materno in funzione della propria sopravvivenza e crescita. Inoltre la madre premurosa è pronta, se necessario, a modificare le sue abitudini in funzione della nuova vita che porta in sé. Da ultimo bisogna sottolineare che questa nuova vita non può rimanere nascosta e che prima o poi si manifesta. La vita della grazia che il Signore dona al cristiano è paragonabile a una maternità: la vita divina germoglia in lui ma non è da lui, lo modifica e infine si rende manifesta. Certo la grazia modifica realmente chi la riceve: è una vita nuova “in noi” che non proviene “da noi”. Abbiamo, è vero, la possibilità di rifiutarla e anche di ucciderla dopo averla accolta. È il dramma del peccato, che è la soppressione volontaria della vita divina in noi. Ma non abbiamo la possibilità di darcela. Essa viene da Dio ed è da Lui continuamente sostenuta. Dunque non è “da noi” ma è profondamente “in noi”. Tanto profondamente che il rapporto con la maternità fisica risulta possibile solo per analogia metaforica. Sono queste le meraviglie dello spirito. A livello fisico l’unione che si realizza fra la madre e la sua creatura che porta in grembo è uno dei rapporti più intimi che si possano realizzare. Quasi due anime in un solo corpo. Eppure questa unione rimane lontanissima rispetto alla perfezione di unità che è realizzabile a livello spirituale. Non ci si deve stupire che la grazia operi, trasformi, conduca la persona verso nuove mete insospettate e insospettabili. La grazia trasporta in una dimensione totalmente nuova, eleva a una vita che non è più semplicemente umana, ma cristiana, cioè divina, perché la grazia di Cristo trasforma il credente in Cristo. Lo rende parte viva del suo corpo e lo indirizza a un fine soprannaturale. Qui si vede la portata del termine “cristiano”. Cristiano non si dice di chi semplicemente segue l’insegnamento di Cristo, come si direbbe hegeliano o kantiano per indicare colui che segue la dottrina di quei filosofi. Cristiano è chi è determinato da una nuova forma che è la grazia di Cristo. Come si dice “umano” di quel vivente che è qualificato da una perfezione che chiamiamo “forma uomo”, si dice “cristiano” di colui che è modellato intrinsecamente da una nuova perfezione che uniforma a Cristo. In questa speciale “maternità” Ermelinda costruisce la propria vita spirituale dipendendo in modo libero, totale e incondizionato da Dio si lascia fecondare da Lui, quasi come la Vergine Maria. Ella custodisce, coltiva e alimenta il nuovo seme della grazia e sente nascere in lei la profonda esigenza di conformarsi sempre di più a Cristo e questo la porta, inevitabilmente, ad abbracciare la croce. E l’amore della croce la introduce pian piano a quell’intima esperienza di Dio che si chiama vita mistica. Così nel suo amore per la croce e nelle profondità della vita mistica Ermelinda fonda l’autenticità della sua missione a servizio della verità (caritas veritatis). Questa autenticità, riprendendo l’espressione di S. Agostino, è verità della carità (veritas caritatis), cioè una carità “vera”, cristallina, eccelsa e sovrumana che trova il suo alimento all’unica sorgente che è il Signore Gesù.
Veritas caritatis: “Sai che Gesù ti vuole crocefissa”
È il suo padre spirituale che le mette davanti la realtà del suo uniformarsi a Cristo: «Se tu avessi salute e forze bastanti crederesti di far tutto tu. Sai che Gesù ti vuole crocefissa» (p. 743) . Ermelinda su questo non ha dubbi e nel dialogo col Signore lo ripete «sono certa che tu mi hai detto chiaramente ciò che vuoi da me: distendermi sulla croce» (p. 988). «Mi aggrappo alla tua croce con uno sforzo eroico, perché il cuore non mi sorregge, come in agosto, quando ho abbracciato la nuova angoscia con lo spirito lacerato, ma aperto a Te come un olocausto» (p. 963). Ricorrente negli scritti di Ermelinda è questo riferimento alla Croce. La consapevolezza di essere chiamata a vivere la croce per realizzare la piena uniformità a Cristo la spinge a vivere con intensa partecipazione la crocifissione nei momenti più terribili della sua esistenza e a desiderarla ardentemente nei momenti in cui le cose vanno bene. Scrive Ermelinda: «Amore, la mia vita è tua. Io Ti penso infinitamente e non posso esistere senza di Te. Se il dolore mi preme io ti ringrazio. Vedi quanto mi fa bene. I giorni di calma sono pericolosi, mi fanno dimenticare le mie miserie e mi rendono neghittosa e fredda. O Amore, il mio compenso è la croce, la mia gioia è la croce, il mio paradiso è la croce. Stringimi a te, alla Tua croce, attaccami alla Tua Croce, inchiodami sulla Tua Croce. Fammi morire sulla Tua Croce» (p. 942). Sembra quasi assurdo desiderare la croce, eppure tutti i santi sono concordi nell’indicare il valore insostituibile della croce vissuta e amata. Dice Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). È importante notare che Gesù chiede che ognuno prenda la propria croce. Gesù dunque non è venuto per mettere sulle nostre spalle una croce che non ci compete. Non ci chiede di portare la sua croce, ma al contrario è Lui che accetta di sottomettersi alla nostra condizione per mostrarci come si porta la nostra croce. Cristo quindi non è venuto per imporci una croce che non è nostra, ma per dare un significato nuovo alle sofferenze e ai travagli che comunque appartengono all’esistenza umana. Egli ha accettato liberamente ciò che a noi spetta per condizione e, grazie alla sua offerta e al suo insegnamento, la nostra croce può diventare strumento di crescita e di profondo rinnovamento. Ripercorrendo le tappe del Calvario si vede bene come Gesù abbia voluto illuminare, assumendole su di sé, le esperienze più difficili del cammino umano. Tanto che la via crucis non è altro che il cammino dell’uomo su questa terra. Non a caso termina con la morte e la sepoltura, dopo avere sperimentato le cadute, le ingiustizie, l’abbandono e il tradimento delle persone amiche. Gesù quindi non è venuto a eliminare la sofferenza e a togliere la croce. È venuto per rivelarci il senso del dolore e del nostro faticare sulla via della croce. Assumendolo su di sé ha reso il nostro dolore straordinariamente fecondo. Così l’atto che umanamente manifesta il fallimento completo, la morte e la sepoltura, diventa il momento del fertile silenzio e del nascondimento che sono essenziali per ogni vittoria: il chicco di grano ha bisogno di morire a se stesso, di essere nascosto nella terra per poter germogliare a nuova vita e portare frutto. Ermelinda ha capito il segreto: la croce bisogna accettarla, anzi amala. Il risultato non sarà una vita triste e segnata dal pessimismo, ma piuttosto un’esistenza piena di gioia, pace e serenità interiore, coronata da frutti così abbondanti che nessuno sforzo umano avrebbe potuto garantire. «Io sono, nelle mie pene ed angustie, la più felice della terra. Che sono io? Nulla. Eccomi. Ciò che piace a Te, piace anche a me» (p. 985). «Chiedo a Gesù che non mi sfugga invano questo momento di passione, ch’io sappia ringraziare e gioire, che neppure un attimo perda la perfetta conformità al suo volere» (p. 951). «I giorni sono pieni di pensieri e di angoscia, ma il cuore è in alto, grazie a Dio, e la tempesta in basso... Si sente, però» (p. 978).
Veritas caritatis: la vita mistica
Ermelinda si è lasciata plasmare e ha realizzato un’unione profondissima con il suo Signore. Da questa unione, e solo da questa, scaturisce la sua forza. «Mio Signore! Tua, più Tua, interamente Tua, in una consacrazione con voto, per essere di Dio in un modo assoluto, senza riserve, sì che neppure abbia più la confidenza di fare da me. E ciò che desidero sopra ogni cosa, ciò che sospiro da lungo... Mio Dio! Per Te, per quanto mi dai, morire è poco. Soffrire, essere calunniata, dimenticata, soppressa è poco. «L’anima mia esulta nella gioia di appartenerti, o Dio immenso, Vita, o Trinità benedetta, o Gesù Uomo-Dio. Anche la mia miseria è immensa, ma Tu non sdegni di amare questo pugno di miseria. «O Amore! E mi insegni con tutta la Tua tenerezza e mi raggiungi con il fascino della Tua gloriosa bellezza. Io Ti amo perché sei Dio, immensità creatrice, somma bellezza e sommo Bene, presente in ogni cosa. Io Ti amo e Ti adoro con tutto l’ardore dell’anima mia. Te solo respiro, Te solo penso, Te solo desidero, Tu sarai il mio cielo e io Ti bramo, con nostalgia. Sostieni l’Istituto, ma fa scomparire questo povero io, affinché non si parli più di me nel mondo, ma tutto viva in Te» (pp. 958-959). Ermelinda ha ben chiaro che la vita mistica poggia sull’umiltà e ha fatto suo quanto scrive S. Agostino: “pensi di costruire un alto edificio? Pensa prima a mettervi come fondamento l’umiltà”. L’umiltà ha l’effetto sorprendente di aprire all’azione di Dio, di far gustare i suoi doni, di far vivere la piena familiarità con lui. Dice il salmista: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore/ e non si leva con superbia il mio sguardo; / non vado in cerca di cose superiori alle mie forze. / Io sono tranquillo e sereno/ come bimbo svezzato in braccio a sua madre/ come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Sal 131). Come un bimbo svezzato, cioè nutrito dal cibo che proviene direttamente da Dio. La tranquillità e la serenità nascono dalla certezza di essere tenuti fra le sue braccia e sostenuti dal suo nutrimento. Gli esseri umani possiedono solo la debolezza: come potrebbe “levarsi con superbia il loro sguardo”? Scrive Ermelinda: «Fa che io mi debba disprezzare e che in questo glorifichi tanto più la Tua misericordia nel cercarmi, nel volermi, nell’amarmi, o Sommo Dio; ed io Ti cerchi sempre più e Ti sospiri di giorno e di notte, e stia sempre diritta dinanzi a Te, pronta a servirti, a lasciarmi da te condurre, piegare, distruggere, se occorre, per la gloria Tua. Grazie! Io non so apprezzare le tue finezze delicate. Tu getti le perle ai porci, con me!» (p. 976). La vita mistica si nutre di contemplazione. La contemplazione, secondo Daniel-Rops, è “l’adesione dell’anima alla perfezione di Dio, adesione affettiva e insieme intellettiva, aperta mediante la guida dello Spirito Santo”. Fra l’uomo e Dio si realizza così quel vincolo che è la religione stessa. L’uomo parla al suo Dio e dopo averlo contemplato gli manifesta i suoi bisogni e si rimette perfettamente alla volontà del suo Signore. La vita mistica si contraddistingue per una specie di “nudità” dello spirito. Il silenzio e il raccoglimento sono indispensabili per realizzare questa spoliazione del proprio io. Così si avrà la condizione per l’unione totale con Dio che illumina l’intelligenza e purifica la volontà. Non c’è più autoaffermazione da parte dell’uomo, ma solo comunione e sottomissione. In tale atteggiamento la libertà non è persa, ma pienamente conquistata. Nell’incontro con Dio la persona ritrova se stessa e scopre la sua vera collocazione: quella di trovarsi consegnata nelle mani di una volontà che si riconosce creata e dipendente. Il mistico si rimette volontariamente al progetto li Dio e segue costantemente lo Spirito Santo: non vuole solo le cose che vuole Dio, ma anche come le vuole Dio. S. Bernardo scrive che il mistico, seguendo l’ispirazione, si rivela calmo o ardente, sempre disponibile, sempre eroico, e che i suoi atti saranno ricchi di quei frutti spirituali che sono le Beatitudini. Oggi la vita mistica è considerata con diffidenza e accusata di sottrarre energie alle attività pratiche. E ciò avviene perché è indebitamente confusa con l’inerzia, mentre invece essa rivela una trasformazione operosa: nel pieno della vita mistica l’agire umano è totalmente trasfigurato e diviene “consacrazione” più che “azione”. Mediante le virtù la persona consegue la padronanza di sé, con la vita mistica si lascia condurre da Dio e, facendo un tutt’uno con Lui, sperimenta già in questa vita un raggio della comunione trinitaria. Le espressioni di Ermelinda ne sono una conferma. «Nulla e nessuno deve essere fra me e Te. Guai a me se Ti toglierò qualcosa di ciò che Ti ho donato. Neppure una fibra, un atomo della mia carne, una goccia del mio sangue. Sono una miserabile e la mia sensibilità tende ad attaccarmi alla terra e alle cose, ma Tu strappami con violenza, richiamami alla nudità del distacco, reclama i tuoi diritti. È degno e giusto che io sia tutta Tua e solo Tua» (p. 958). «Amore mio! Dio mio! Vita mia! Unico motivo, unica forza dell’anima mia! Dammi grazia di non essere mai amata da nessuno, ma da Te solo! Amore! Amore! Quanto e quando potrò offrirti tutto l’olocausto di me stessa? Eccoti il cuore, la vita, l’onore, la salute mia, tutto. Vorrei possedere l’universo per dartelo tutto. Buttami nel nulla, se vuoi, grande tiranno di amore, infinito possessore, sposo dell’anima mia, ma dammi grazia che molti ti adorino, ti amino, ti servano!» (pp. 967-968). «Oh Gesù, Gesù, Gesù! Amore mio, toglimi ogni godimento, dammi ogni pena, ma non permettere ch’io ti offenda minimamente o ch’io usi di un solo attimo della mia vita per me e per il mondo. Distaccami ancora più dal mondo di quanto hai fatto due anni or sono, a Ponte Selva, ricordi? Oh, Gesù, da allora data il mio vero distacco dal mondo. Ma questo distacco intimo non è completo ancora. Strappa, strappa come Tu vuoi, Vittima divina, Padrone divino, possessore pieno di tutto il mio essere. Io non voglio essere che Tua, tutta Tua, sempre Tua, inchiodata con Te sulla croce, perché Tu mi faccia apostola delle anime, la Tua Vittima, la Tua martire. Oh, Amore! Oh Amore! Oh, Amore!» (p. 950).
L’eredità: il “Cenacolo Domenicano”
Ermelinda chiede al Signore di farla “apostola delle anime” e il Signore la esaudisce al di sopra delle sue stesse aspettative facendo sbocciare quello che sarà il “Cenacolo Domenicano”. Ermelinda confessa di avere avuto inizialmente la convinzione che il Signore chiedesse a lei e alle sue prime compagne solamente la preparazione della “Casa delle insegnanti” per curare il progetto educativo («destinate solamente a preparare la casa e le Opere»). Ma il Signore ha in serbo per lei un progetto molto più ampio che non tarda a farle conoscere mediante il suo direttore spirituale che le dice chiaramente: «Vedi che parlo davanti a Gesù. Gesù è là nel tabernacolo che mi sente. Sta tranquilla che Gesù aggiusterà tutto. Ma tu devi sacrificarti per costituire una congregazione di suore approvate dalla Chiesa, con voti perpetui, ma senza abito religioso» (pp.698-699). Nasce così il “Cenacolo Domenicano”, Congregazione di consacrate dedite all’apostolato della verità secondo il carisma di S. Domenico che, abbiamo visto, si sintetizza nell’espressione caritas veritatis. Il nome “Cenacolo” naturalmente evoca la vita comunitaria che nasce e si nutre dell’Eucaristia. Quando Nostro Signore Gesù Cristo si trovava su questa terra comunicava normalmente le sue grazie spirituali e corporali attraverso il contatto fisico della sua persona, cioè o con la viva voce o con il tocco della sua mano, come quando ad esempio accolse la peccatrice (Lc 7,48) o sanò il lebbroso e il cieco nato (Mt 1,41; Gv 9,6). Ma oggi che Gesù è salito al cielo, come potrà venire a contatto con noi e istruirci, sanarci e nutrirci? Lo fa attraverso sacramenti della Chiesa: in essi è Lui stesso che mediante la persona del suo ministro ancora oggi risana, nutre e consola. Accostarsi con fede ai sacramenti è incontrarsi con Gesù risorto e vivo, con Lui che è il nostro unico Salvatore. Ma naturalmente l’incontro per eccellenza con Gesù si verifica nel sacramento dell’Eucaristia. Ermelinda aveva una vera e propria passione per l’Eucaristia, testimoniata non solo dal nome che ha voluto dare alla sua nuova Congregazione, ma soprattutto dalla sua ardente devozione che traspare anche dai suoi scritti. «Sabato mattina tu mi hai fatto comprendere, con una luce speciale, che cos’è la S. Comunione. Io non so trovare le parole da esprimere ciò che ho capito, ma l’ho capito infinitamente più di prima, nell’intimo del Sacramento, ciò che è. È veramente un’altra cosa dalle pratiche di pietà; in queste sono io che agisco, nella S. Comunione è Gesù che fa e ci nutre di se stesso, della sua sostanza divina, con un atto di amore ineffabile che trascende ogni amore e diventa più intimo a noi di quel che non sia la nostra coscienza stessa. «Così l’anima mia si è accesa di una immensa riconoscenza, di una riverenza senza limiti, di un dolore grandissimo per le Comunioni poco fervorose, e adoro il Mistero della S. Comunione, come non l’ho mai adorato. «Gesù, le Tue lezioni sono di una efficacia divina. Grazie! Non permettere che io sciupi il Tuo dono, e dammi che io possa corrispondere con una donazione intera e piena di questa vita e il possesso di Te in Paradiso. Oh, in Paradiso, quale comunione eterna!» (p. 966). Il suo desiderio dell’Eucaristia è così forte che quando non può ricevere la comunione il suo animo è tutto proteso all’abbraccio spirituale. Afferma: «Oh, Amore, come tu hai accesa d’amore l’anima mia, durante le Comunioni Spirituali, fermandoti accanto a me come se Ti avessi ricevuto vivo e vero! Eri accanto a me, vivo e vero, non dentro, ma non meno tenero e buono, ed io Ti ho stretto a me nell’appassionato e puro impeto dell’anima mia e Ti ho adorato con santo e folle trasporto, nella Tua sovrana Divinità. Oh, Signore! Ma Tu hai voluto che tanta grazia lasciasse me nell’umiliazione profonda, e constatassi la mia miseria. Grazie anche di questo» (p. 975). L’Eucaristia è la base per ogni partenza, è il nutrimento insostituibile, la fonte di ogni energia, la luce per il cammino. Ermelinda non si stanca di raccomandare l’adorazione eucaristica perché lì c’è Cristo, lì c’è proprio Lui e lì lo si può incontrare con assoluta certezza. L’adoperarsi per il prossimo è assolutamente inefficace, a volte addirittura inutile o sbagliato se non procede dall’Eucaristia. Chi potrà mai “ri-conoscere” Gesù nel prossimo se non lo ha mai conosciuto? Solo chi lo incontra direttamente avrà la possibilità di “ri-conoscerlo” nei più piccoli e negli ultimi. L’Eucaristia è dunque la condizione stessa per la realizzazione dell’amore vero, quello scevro da ogni egoismo e da ogni tipo di orgoglio. Solo Gesù infatti può donare e insegnare la vera carità, e solo Lui deve essere il motivo dell’amore per il prossimo. Dice Ermelinda davanti all’Eucaristia: «Gesù Tu mi hai formato un amore disinteressato per il prossimo e anche per Te. Ricordo che ho sempre lavorato e sofferto per Te, non per il premio eterno. Non volevo pensarvi. Ma forse vi era poco amore per il Paradiso. Oggi? Oh Gesù, sarei felice di essere calpestata dai tuoi santi piedi, purché Tu fossi onorato! Voglio essere la schiava del Tuo amore! Vorrei distruggere il mio io per Tuo amore. «Amando il prossimo non sento il bisogno di essere riamata. No, mio Dio Tu mi basti. Mi basta l’amare per amore Tuo, per averne la pace e l’acquietamento del cuore. La riconoscenza altrui mi è di grande conforto; ma il mio vero, unico conforto sei Tu. «Ma vi era in me una incosciente e profonda radice di egoismo, anche nel fare il bene, nelle opere di carità e di apostolato. Tu, o Gesù, mi hai insegnato, alcuni mesi or sono, che cos’è la carità che piace a Te. È un rovesciamento del nostro egoismo, in un modo profondo e radicale che non si può comprendere se Tu non lo insegni. «Dio mio: c’è qualche cosa che non è ancora Tuo? Oh, Ti prego, recidi, crogiola ciò che non Ti piace, ma prendi, possiedi tutto. Io voglio, con tutta la forza del mio essere, divenire tutta tua» (p. 965). Ermelinda Rigon, fondatrice del “Cenacolo Domenicano”, è per tutti una scoperta sorprendente e preziosa. Riservata e schiva, vive la vocazione domenicana al femminile, lasciandoci un luminoso esempio di apostolato e di vita interiore. E senza averlo previsto indica alla donna d’oggi una missione specificamente sua: una maternità a servizio della verità.
(Sacra Doctrina, Nov. Dic. 1995) [1] Ermelinda Rigon nasce a Frinco d’Asti nel 1889. A 18 anni è toccata dalla grazia, diventa fervente cristiana (ciò che chiama la sua conversione) e successivamente si dedica con zelo all’attività nell’Azione Cattolica. A 29 anni conosce l’ideale di S. Domenico e se ne innamora. Nel 1924, in collaborazione con Maddalena Piccardo, istituisce la “Casa delle insegnanti” e l’Istituto scolastico “S. Tommaso d’Aquino” a Sestri Ponente (Genova). Nel 1932 fonda la Congregazione religiosa femminile “Cenacolo Domenicano”. Muore a Sestri nel 1973; nel 1990 l’Arcivescovo di Genova Card. Canestri apre “l’inchiesta diocesana” sulla sua fama di santità e le sue virtù. Nel 1994 la vita, l’opera e una ricca antologia del diario spirituale di Ermelinda Rigon sono state raccolte in un prezioso volume a cura di P. Raimondo Spiazzi, L’apostolato della verità nella vita e negli scritti di Ermelinda Rigon fondatrice del Cenacolo Domenicano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna. Le citazioni del presente articolo fanno riferimento a questo libro.
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