Martedì, 24 Ottobre 2017 00:00

Amici del Cenacolo

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Possono essere associati alla Congregazione, secondo uno statuto proprio, altri fedeli, i quali, pur rimanendo nel loro ambiente di vita e di lavoro, si impegnino a tendere alla pienezza della carità nello spirito dell’Istituto e a partecipare alla sua missione. (Costituzioni art. 6)



Statuto degli Amici del Cenacolo

Nei rapporti degli istituti religiosi con il laicato si ravvisano due linee principali:

  1. la linea della condivisione carismatica;
  2. la linea della collaborazione.

L’art. 6 delle Costituzioni si colloca sicuramente nella prima linea; tuttavia lascia aperto uno spiraglio sulla seconda con l’espressione “partecipare alla sua missione”, che non significa affatto “collaborare alle sue opere”, ma che certamente non lo esclude.

La condivisione carismatica all’inizio richiederà che le religiose animino alcuni laici o laiche, che facciano conoscere spirito, spiritualità e missione del Cenacolo Domenicano, che preghino con loro…; tuttavia non significa che noi dobbiamo solo dare e i laici ricevere. Una meta di più avanzata condivisione è studiare insieme il Carisma, in condizioni di parità,

  1. L’inserimento dei laici nelle nostre opere è una condizione imposta dalle situazioni fin dagli inizi della Congregazione. La presenza del laici non è stata sentita come realtà positiva, ma come “male minore” di fronte alla scarsità di vocazioni. In questa prospettiva i laici i laici vengono considerati come dipendenti, esecutori, e non intervengono nelle decisioni fondamentali. La loro importanza è legata al fatto che sono utili per rispondere alle necessità delle opere o della Comunità: sono a tutti gli effetti “collaboratori” alla missione in situazione di dipendenza.
  1. La scelta strategica di coinvolgere i laici nella conduzione delle opere, con la consapevolezza che il potenziale carismatico dei secolari può estendere l’azione evangelizzatrice a limiti insospettati è ridotta a episodi isolati, non sempre condotti con chiarezza e metodo e non sempre riusciti. Anche in questi rari casi è sempre la comunità religiosa che programma e dirige; i laici partecipano alle realizzazioni, ma siamo restie a coinvolgerli nella progettazione e a dare loro responsabilità, anche sotto l’impressione negativa lasciata da alcuni inserimenti prematuri e imprudenti. Dichiariamo che i laici possono arricchire la  vita spirituale delle comunità, ma ciò è ancora poco o nulla presente nella sensibilità comune e anzi non mancano le diffidenze che una troppa apertura ai laici metta in discussione l’identità della vita religiosa.  Capiamo che è necessario che i laici possano arricchirsi nel riferimento al carisma e così collaborare meglio con la congregazione, ma di fatto formazione specifica se ne fa poca o niente.
  1. La comunione con il laicato è per noi una prospettiva del futuro remoto e tuttavia preme, nell’ottica dell’urgenza di una nuova evangelizzazione che è responsabilità di tutti. I religiosi e le religiose si sentono come membri non autonomi del popolo di Dio, ma parte di un compito che è affidato a tutta la Chiesa e che deve essere svolto con il contributo di tutti nel rispetto delle diversità vocazionali. Cambiano i rapporti personali: ci si pone rispetto ai laici non solo in atteggiamento di servizio, ma di accoglienza grata perché si è convinti di non avere solo qualcosa da dare, ma anche molto da ricevere. Ci si sforza di escludere ogni forma di superiorità in una collaborazione che rinuncia, quando necessario, al diritto di proprietà sulle iniziative e ai posti direttivi. Lo stesso carisma spirituale e apostolico è considerato dono alla Chiesa di cui la congregazione che lo incarna è responsabile e non proprietaria, e dunque si riconosce che anche i laici possano farlo proprio a seconda del loro stato di vita. Le parole chiave diventano “formazione mutua” (perché solo insieme si diventa fedeli al Vangelo e si può dare vita ad una comunità che trasmetta la cultura evangelica) e “corresponsabilità” (nella gestione delle opere). Lentamente si acquisisce  il concetto di “famiglia” che si fonda sul riconoscimento che il carisma del fondatore trova incarnazione  non solo nella consacrazione religiosa, ma anche in altri modi di vivere la vita cristiana e questo crea legami profondi tra tutti coloro che sentono animata la propria vita dallo stesso carisma.

Riassumendo, da un punto di vista teorico (poiché la pratica è sempre meno schematica) si possono individuare tre possibili livelli di “coinvolgimento dei laici”:

  • Il primo livello possiamo chiamarlo  di “semplice collaborazione”. E’ il livello più frequente anche oggi nella prassi. Consiste nell’invitare delle persone a prestare il loro “contributo” per raggiungere quegli scopi che i religiosi o le comunità si sono prefissi. I laici devono partecipare con il loro lavoro, con il loro appoggio… affinché le decisioni prese dalla comunità religiosa raggiungano dei risultati soddisfacenti.
  • Il secondo livello possiamo chiamarlo livello di “decisione”. Va molto più in là della collaborazione ed ha una accentuata “apparenza democratica”. Si prendono decisioni insieme ai laici coinvolti o no a livello di organismi. Ma è sempre l’autorità della comunità religiosa o di un suo membro che decide se i laici possono (o devono) decidere, sia come, sia quando, sia su che cosa. Generalmente si decide con i laici su aspetti minori, di programmazione, non di progettazione-pianificazione, cioè  non sulle scelte, sulle direttrici, sulle strategie generali. Gli aspetti su cui i laici vengono chiamati a decidere spesso non hanno niente a che vedere con queste.
  • Il terzo livello si può chiamare “costruire insieme”. Avviene quando la “autorità” ce l’hanno tutti, e non solo su aspetti secondari, ma soprattutto sulla progettazione, cioè quando si tratta di scelte, scelte. Direttrici, strategie generali.

Il passaggio da un secondo ad un terzo livello di collaborazione fra religiosi e laici non è principalmente legato alle soluzioni operative. E’ una differenza di mentalità e di sensibilità teologica.

Nel II livello la dimensione della comunione ecclesiale ha come ambito di attuazione la missione che gli istituti realizzano nella Chiesa attraverso le loro opere. Si riconosce che la presenza del laico è un dono, si propugnano relazioni fraterne, si accentua la reciprocità nella conduzione delle attività, ci si preoccupa della formazione laicale in ambito carismatico. L’ambito, però, è quello determinato dalle scelte e dalla vita della Congregazione.

Nel III livello  la dimensione comunionale della Chiesa ha come ambito di attuazione la missione della Chiesa nel mondo. L’occhio è puntato non tanto sulle necessità della Congregazione, ma sulle istanze della Chiesa, a cui religiosi e laici sono chiamati insieme a rispondere. E’ un voler mettere insieme le risorse della vita laicale e della vita religiosa per affrontare una sfida globale che viene dal mondo contemporaneo. E tra le risorse che le congregazioni riconoscono di dover offrire al mondo e, in particolare, ai laici che sono loro più vicini, v’è il carisma del rispettivo fondatore di cui esse non possono ritenersi le uniche depositarie poiché i carismi sono doni  dello Spirito all’intera Chiesa. Ne consegue che ogni congregazione rimane inserita in una “famiglia” carismatica formata da tutte quelle realtà che accettano l’esperienza del fondatore come fondamento spirituale della loro vita.

V’è un passaggio-chiave a livello culturale: la congregazione non può ritenersi unica responsabile sulle proprie scelte e sui propri progetti; con altre persone, i laici, che hanno accettato lo stesso dono e assunto analoghe responsabilità, è chiamata a trasmettere la presenza di Dio in un territorio. In rapporto ai laici non c’è dunque solo una chiamata a “collaborare”, ma ad assumere insieme delle responsabilità in un ambiente, in vista della crescita del Regno. Ne consegue una congregazione che dà la propria disponibilità ad offrire formazione e collaborazione nelle iniziative dei laici, e che quando chiede collaborazione per le proprie opere ragiona in termini di corresponsabilità.

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