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ermelinda rigon Madre e Maestra
di Rita Marvelli
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Conobbi Ermelinda Rigon quando aveva percorso il suo viaggio su questa terra. Erano gli anni settanta. Anni difficili per noi giovani. Ci sentivamo investiti del compito di cambiare il mondo. Eravamo sicuri di noi stessi e dei nostri ideali. Tanti di noi avevano lasciato la propria terra, la propria casa per venire qui al Nord spinti dall’anelito di imparare, di diventare competenti nella propria professione e poi... ritornare, forse. Io ero una di questi: appassionata dello studio e convinta che solo la cultura illuminata dalla fede può veramente liberare l’uomo. Anni difficili, dunque, quelli in cui conobbi Ermelinda Rigon, cioè alcuni dei suoi scritti. Ne fui conquistata. Vedevo realizzate in lei le cose in cui credevo. Prima del fatto che fosse fondatrice e santa mi aveva entusiasmato la capacità di lei giovane insegnante di rispondere all’indigenza culturale della classe magistrale dei primi decenni del nostro secolo, indigenza con cui ella era venuta a contatto quando, nonostante la sua ritrosia, presentata come candidata dell’associazione magistrale Nicolò Tommaseo, fu eletta quale rappresentante dei maestri nel Consiglio Scolastico Provinciale di Genova. «Riuscita con più di trecento voti di maggioranza, mentre mi sarei nascosta sotterra per la soggezione, dovetti trovarmi a contatto coi tremila insegnanti della Provincia, riceverli, dirigerli nelle loro pratiche scolastiche, fare adunanze... e fui felice di poter propagandare con tutta la mia forza l’educazione cristiana. Tale esperienza, il contatto, la constatazione delle deficienze enormi delle giovani Insegnanti mi esaltavano, mi spingevano ad operare per esse in mille modi, con corsi gratuiti, preparazione ai concorsi, conferenze, conversazioni». Siamo nel 1921. Certamente in questi anni pochi si rendono conto dell’importanza di formare i formatori. È spirito profetico il suo? Allora a me giovane universitaria parve di sì. Mi parve che lì avevo un modello di donna che aveva veramente saputo leggere i «segni dei tempi». Oggi certo capisco che questo è tipico del domenicanesimo. Ermelinda che aveva conosciuto l’Ordine nel 1918, ne era rimasta catturata, aveva sentito l’ideale domenicano consono al suo spirito. «Mi fu presentato nel suo magnifico ideale di studio e di apostolato e ne fui attratta». Ed ancora: «Amo l’Ordine quasi quanto la Chiesa». Domenicana fin nella profondità del suo essere continua l’opera di propagandista dell’Azione Cattolica spinta da uno spirito nuovo e come predicatrice itinerante porta per la Liguria la sua testimonianza di Fede e di Verità. Domenico, dice Caterina da Siena, aveva assunto in sé «l’officio del Verbo» quello della Parola pregata e condivisa con i fratelli. Anche Ermelinda aveva ricevuto la grazia particolare di comunicare, di farsi capire dai dotti e dai meno dotti. È il donum verbi. Un dono non può essere che accolto e condiviso nella consapevolezza che non è mai dato solo per se stessi. Ermelinda lo sa bene, per questo non si sottrae alle richieste di interventi e conferenze sia che le provengano dall’Azione Cattolica, dalla scuola o dal Terz’Ordine. Ella, donna, parlerà durante il Congresso Eucaristico di Genova, ma anche a Bologna durante uno dei congressi nazionali del Terz’Ordine. Mi piace ricordare che mentre con i congressisti si trovava a Ravenna comprese «per una grazia specialissima» che il S. Padre Domenico la chiamava «alla sua sequela in modo definitivo». Qui è in germe la congregazione del Cenacolo Domenicano. La congregazione è il naturale punto di arrivo di questa laica domenicana che sente urgere in sé la spinta dello Spirito per una risposta condivisa per una proposta accolta: le predicatrici di San Domenico. Punto d’arrivo dicevo perché Ermelinda sa guardarsi attorno, lasciarsi interrogare dai bisogni della gente; i perché non le incutono paura, prova a dare delle risposte, che sa contingenti come la situazione in cui opera, modificabili o eliminabili dopo, ma risposte importanti e necessarie sempre aderenti ai bisogni reali dei luoghi e dei tempi perché a darle è il cuore di Una che si strugge d’amore per Dio e di passione per i fratelli. Ecco, fu questa passione che mi catturò, fu questo « fuoco d’amore » per Dio e in Dio per gli uomini che me la rese madre.
La Stella di San Domenico, novembre-dicembre 1991 |