La Predicazione

negli scritti di Ermelinda Rigon

 

 

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La predicazione negli scritti di Ermelinda Rigon

 

 

Con l’apostolato, che è lo sbocco naturale della vita interiore vissuta con Cristo, la religiosa vedrà il segno di Cristo nei suoi fratelli, nelle Consorelle, nei fratelli, nell’anima del prossimo, nei poveri, nei sofferenti. Come Cristo arse di desiderio di salvare le anime e per esse diede la vita, così la religiosa del Cenacolo Domenicano desidererà ciò ch’Egli desidera, e sotto la guida dell’ubbidienza compierà quelle opere che direttamente o indirettamente concorrono a diffondere la verità, a cristianizzare la vita e la scienza.

 

In tal modo essa riporta a Cristo, contemplato nel Santo Cenacolo tutta la sua vita interiore. Come un giorno Domenico, come Tommaso, come Caterina da Siena, Imelda, ecc. essa farà centro della sua spiritualità, motivo del suo apostolato il Cristo Maestro che, vivente sulla terra nella perfetta contemplazione del Padre e della Sua volontà, si fa pastore e insegnante educatore delle anime per condurle alla salvezza.

Laudare. Benedicere. Praedicare.

 

...

 

Predicare vuol dire annunziare e comunicare ciò che si è imparato prima, rispondendo quasi ad un interrogativo di qualunque pubblico. Nel predicare rientra l’insegnare, cioè il comunicare valori spirituali intellettuali o morali, destinati a portare alla conclusione i principi posti in potenza dal Dio Creatore nella mente umana.

Possiamo perciò noi autentiche Domenicane fare nostro il celebre motto Contemplata aliis tradere come itinerario della spiritualità della nostra Congregazione…

La vita Domenicana è, secondo la distinzione fatta dallo stesso S. Tomaso, istituto di vita mista: contemplativa ed attiva.

È importantissimo avere le idee chiare sul modo di intendere la contemplazione e l’apostolato e per poter giustificare i rapporti tra la contemplazione e la vita apostolica, tenuto presente che la contemplazione è la sorgente viva dalla quale deve sgorgare l’attività apostolica.

 

L’apostolato domenicano della predicazione, non è un qualunque apostolato: lo zelo per le anime sgorga da una fede alimentata dallo studio, dalla contemplazione, dai doni dello Spirito Santo e da un volontario e deciso distacco da sé e dal mondo. È uno zelo illuminato che mira alla salvezza, come quello di Cristo, fatte le dovute proporzioni, come quello di Cristo, Verbo di Dio la cui umanità santa immolò per la salvezza del mondo.

 

Il domenicano contempla, studia, prega, per dare non per contenere. Vi sono vocazioni diverse: quella del domenicano è la vocazione di acquistare per dare. La gioia di imparare per dare. La gioia di apprendere per comunicare è un’esigenza dello spirito umano, naturalmente comunicativo. L’accentuarsi di questa esigenza nel campo della Verità è propriamente la vocazione del predicatore e la vocazione dell’insegnante.

Si tratta di valori spirituali, destinati a salvare le anime. Il predicatore non è il monaco che cerca la solitudine del Monastero per stringere i massimi rapporti del Suo spirito con Dio, e Dio glorifica nella sua rinunzia completa, nella personalità tutta e solamente protesa alla lode, alla preghiera, alla spogliazione del suo essere umano che si divinizza nella mistica contemplazione.

Il predicatore è il monaco che con un armonico scambio di valori porta a disposizione del mondo l’esuberanza della sua vita interiore sia intellettuale che morale - e, come Gesù un giorno, insegna, trasmette. Cosicché contemplazione è, senza altro, in funzione della predicazione. Il primo momento della predicazione è la contemplazione. Si può contemplare senza predicare - predicare senza contemplare non si può. Viene a mancare il soprannaturale nella materia che si comunica.

Se si vuole dare un soprannaturale occorre prepararsi.

Rinchiudersi per evadere - sublime contraddizione!

La predicazione sboccia come sboccia dalla preghiera il canto[.]

Qualcosa sgorga dall’anima troppo piena. Così dalla contemplatio, come il frutto dal fiore si svolge la traditio.

 

S. Tommaso: Maius est illuminare quam lucere solum. Contemplare non è rilucere, perché l’uomo non è fonte di luce. È ricevere la luce divina: predicare è rifletterla sugli altri uomini.

Quello che accende la lampada è il raggio di Dio; e Dio stesso ha ammonito che la lampada non deve nascondersi sotto il moggio.

Il monaco tace per ascoltare. Se non tacesse come potrebbe ascoltare? Se non ascoltasse, come potrebbe parlare?

Il predicatore diventa mediatore, interprete di una Musica non composta da lui. Mentre la suona la ode, e quanto più la fa udire e tanto meglio la ode. Ecco il circolo: contemplare e tradere, questa è la vita dello spirito, cioè la vita di Dio.

Tanta più contemplatio, quanta più traditio e viceversa[.]

Ogni forma di eloquenza nell’apostolato non può fare a meno di una contemplazione.

 

 

Le religiose del Cenacolo Domenicano, devono coltivare, in sé con l’aiuto della grazia, una vera ansia della salvezza dell’anima altrui, e della gloria di Dio che ne consegue: per cui nessuna occasione deve sfuggirle per seminare nel prossimo germi di fede, di pazienza cristiana, di fiducia nella Provvidenza, di amore di Dio.

 

 

 …c’è un’attività specificatamente propria dell’Insegnante del Cenacolo Domenicano, che la fa specialmente predicatrice.

Essa è predicatrice sempre, con l’esempio, con la parola, educando, insegnando, ma essa deve portare la parola di Dio…

 

 

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